
Si dice che, solo “Chi non ammette i propri errori è condannato a ripeterli”. Obbligatorio riprendere le cose affermate ieri, che hanno trovato riscontri positivi, ma anche critiche - per questo esprimo gratitudine - spesso privatamente. Una sensibilità e vulnerabilità in affermazioni che non volevano essere di routine, ma di vero cruccio operativo e non di maniera. Scrivevo un po’ di tempo fa: “il guerriero sa attendere ogni momento che il tempo gli dona. Chiede conforto ai custodi della terra, cerca spesso nel caos silenzioso del cielo brecce congegnate dalle ombre delle stelle. Spesso trova solo calma e odio, altre volte fango ed enfasi, ma non si ferma mai e non si sconforta, perché conosce bene la melodia del silenzio e dell’ascolto”. Attingo alla mia fonte, di fatti, espressioni, lotte, lacrime e sorrisi, parole infedeli che non troverete in nessun programma elettorale, perché sono guarnite di coraggio e coerenza vibrante che non vuole e non cerca sublimazione per se ma si rivolge agli altri come bene assoluto. Non possiamo regalare il nostro futuro a menzogneri e a cantastorie. Dobbiamo far sentire la pressione civica che dimostri il nostro dissenso, iniziando a dire, nessuno mi rappresenta. Forse è un paradosso ma dobbiamo palesarlo. Per chi intende la politica come “bene comune”, come un atto di amore verso la comunità umana, diventa un imperativo e non una lamentela. Il vecchio che non vuole morire il nuovo stenta a nascere, il male minore che si accoppia con facilità, con la rabbia,la capitolazione, la confusione senza risposta; e sufficiente solo un po’ di “suppergiù”, per saziare una pancia vuota. Ma entrambi, la vecchia classe dirigente, e i nuovi praticoni, teatranti allo sbaraglio, però, con grande perizia, figliano mostriciattoli, che intanto occuperanno poltrone, e amministreranno le nostre vite. Intravedo,in questa fase pericolosa e piena d’insidie, una sorta di sindrome da sabbie mobili, dove qualunque decisione si prende, si riverbera contro, e invece di aggregare forze civiche e popolari, divide ulteriormente, mentre la politica politicante e i nuovi teatranti giocano con acrobazie irridenti e sempre alla faccia nostra.
Farli crescere o farli morire, però, è affare nostro! Invece rimaniamo intrappolati nel tragico dilemma che intanto consuma il nostro futuro e uccide i sogni delle giovani generazioni. In virtù di questo dilemma, la scelta sembra diventare inutile e flaccida. Ogni decisione pare come azzardare il miracolo. Ma le scelte sono atti di grande responsabilità che decideranno il nostro destino e i destini di chi verrà dopo. Scrivevo, tra una sigaretta e una telefonata, poco tempo fa: “Nella mia storia di lotte, di esperienze, di narrazioni sul campo sociale, ho avuto la fortuna di incontrare tutto e il suo contrario. Difficile mediare la realtà asfissiante che ho respirato con la voglia di riannodare il filo dei sentimenti. Per un irrequieto, insubordinato, impulsivo come sono io, questo peregrinare continuo in mille rivoli di vite e problemi, non sempre ammissibili e risolvibili, hanno significato camminare sempre sui carboni ardenti. La storia, maestra di vita, attraverso le sue analisi e interpretazioni mi ha aiutato a individuare gli avversari, che frequentano i nostri tratti di esistenza. Mi ha insegnato a conoscerli meglio, per isolarli e combatterli. Obiettivo raggiunto? NO, stiamo sempre e solo all’inizio. Sicuramente un valore è rimasto sempre alto e indiscutibile, anche nei momenti di visione grama: l’importanza di ritemprare passioni, impegnarsi non per diventare importanti ma lavorare per fare cose importanti, per i cittadini, per i territori, per tutti. E quest’azione, in periodi di grande offerta e domanda clientelare, e di maligne rappresentazioni d’impegno nella politica, di fatto, mi ha esposto nello spazio di un cantuccio. Chi siede nelle stanze della decisione, ha il cinismo giusto per continuare a fare quello che ha sempre dispiegato e ora, esibire con fragore cambiamenti e pentimenti. I venditori d’illusioni, i commercianti delle calamità storiche e sociali, ci sono sempre stati, e li ritroveremo davanti ai nostri percorsi di affrancamento. Oggi, quindi, il compito che dobbiamo affrontare è, se possibile, ancora più arduo: colmare il solco, fatto d’ingiustizia e di disperazione che divide cittadini e politica. Abbiamo bisogno di nuovi attrezzi per affrontare il futuro,ma nel presente rischiamo di subordinarci all’idea che sibila:
Non esistono nuovi strumenti”.
L'astensione è un diritto, esattamente com’è legittima la scelta di infilare la scheda bianca nell'urna elettorale. In quest’ottica, il non voto è considerato un atto ostile alla società, non comprensibile, sia perché favorirebbe l’avversario politico, sia perché presumerebbe un disimpegno civile, Con il non voto, si denuncia democraticamente il fatto che non si sente rappresentati da nessuno. La democrazia non entra in crisi, perché un forte astensionismo al voto rappresenta la volontà popolare poiché nessuna proposta politica soddisfa le esigenze dei cittadini. “Detto ciò, deve anche essere chiaro che chi decide di non andare a votare o di non votare alcuna delle liste in campo, si rassegna anche ad accettare il risultato delle urne, qualunque esso sia. Sapendo che la scarsa affluenza elettorale non è necessariamente garanzia di cambiamento. Anzi, spesso, produce l'effetto contrario. Del resto, anche se a parole sostengono cose diverse, gli apparati delle forze politiche temono più il voto "contrario" che l'astensione di massa. Il primo infatti li penalizza e finisce con il premiare o figure nuove dentro gli stessi partiti o nuovi movimenti; la seconda, per il gioco dei numeri, consolida e rafforza il loro potere: magari ottengono meno consensi, ma percentuali persino più elevate, e quindi un numero maggiore di seggi”.
Eppure, pensiamoci un attimo: cosa oggi è più stonato rispetto alla melodia monocorde che impone la tirannia della scelta, che ci imprigiona in quel momento in cui la nostra matita potrebbe diventare decisiva?
Farli crescere o farli morire, però, è affare nostro! Invece rimaniamo intrappolati nel tragico dilemma che intanto consuma il nostro futuro e uccide i sogni delle giovani generazioni. In virtù di questo dilemma, la scelta sembra diventare inutile e flaccida. Ogni decisione pare come azzardare il miracolo. Ma le scelte sono atti di grande responsabilità che decideranno il nostro destino e i destini di chi verrà dopo. Scrivevo, tra una sigaretta e una telefonata, poco tempo fa: “Nella mia storia di lotte, di esperienze, di narrazioni sul campo sociale, ho avuto la fortuna di incontrare tutto e il suo contrario. Difficile mediare la realtà asfissiante che ho respirato con la voglia di riannodare il filo dei sentimenti. Per un irrequieto, insubordinato, impulsivo come sono io, questo peregrinare continuo in mille rivoli di vite e problemi, non sempre ammissibili e risolvibili, hanno significato camminare sempre sui carboni ardenti. La storia, maestra di vita, attraverso le sue analisi e interpretazioni mi ha aiutato a individuare gli avversari, che frequentano i nostri tratti di esistenza. Mi ha insegnato a conoscerli meglio, per isolarli e combatterli. Obiettivo raggiunto? NO, stiamo sempre e solo all’inizio. Sicuramente un valore è rimasto sempre alto e indiscutibile, anche nei momenti di visione grama: l’importanza di ritemprare passioni, impegnarsi non per diventare importanti ma lavorare per fare cose importanti, per i cittadini, per i territori, per tutti. E quest’azione, in periodi di grande offerta e domanda clientelare, e di maligne rappresentazioni d’impegno nella politica, di fatto, mi ha esposto nello spazio di un cantuccio. Chi siede nelle stanze della decisione, ha il cinismo giusto per continuare a fare quello che ha sempre dispiegato e ora, esibire con fragore cambiamenti e pentimenti. I venditori d’illusioni, i commercianti delle calamità storiche e sociali, ci sono sempre stati, e li ritroveremo davanti ai nostri percorsi di affrancamento. Oggi, quindi, il compito che dobbiamo affrontare è, se possibile, ancora più arduo: colmare il solco, fatto d’ingiustizia e di disperazione che divide cittadini e politica. Abbiamo bisogno di nuovi attrezzi per affrontare il futuro,ma nel presente rischiamo di subordinarci all’idea che sibila:
Non esistono nuovi strumenti”.
L'astensione è un diritto, esattamente com’è legittima la scelta di infilare la scheda bianca nell'urna elettorale. In quest’ottica, il non voto è considerato un atto ostile alla società, non comprensibile, sia perché favorirebbe l’avversario politico, sia perché presumerebbe un disimpegno civile, Con il non voto, si denuncia democraticamente il fatto che non si sente rappresentati da nessuno. La democrazia non entra in crisi, perché un forte astensionismo al voto rappresenta la volontà popolare poiché nessuna proposta politica soddisfa le esigenze dei cittadini. “Detto ciò, deve anche essere chiaro che chi decide di non andare a votare o di non votare alcuna delle liste in campo, si rassegna anche ad accettare il risultato delle urne, qualunque esso sia. Sapendo che la scarsa affluenza elettorale non è necessariamente garanzia di cambiamento. Anzi, spesso, produce l'effetto contrario. Del resto, anche se a parole sostengono cose diverse, gli apparati delle forze politiche temono più il voto "contrario" che l'astensione di massa. Il primo infatti li penalizza e finisce con il premiare o figure nuove dentro gli stessi partiti o nuovi movimenti; la seconda, per il gioco dei numeri, consolida e rafforza il loro potere: magari ottengono meno consensi, ma percentuali persino più elevate, e quindi un numero maggiore di seggi”.
Eppure, pensiamoci un attimo: cosa oggi è più stonato rispetto alla melodia monocorde che impone la tirannia della scelta, che ci imprigiona in quel momento in cui la nostra matita potrebbe diventare decisiva?
Che cosa disturba più i funambolismi dei soliti noti e la demagogia populistica dei nuovi teatranti?
Cosa, soprattutto, fa saltare i numeri dei loro sondaggi, del lavoro che mettono in campo per scippare ancora una volta consenso e poltrone?
Ma intanto tra un pensiero e una delusione il tempo se ne va. La vita scivola via, e questo non possiamo permetterlo a nessuno, perché “il tempo è nostro. Niente ci appartiene, solo il tempo è nostro.
Ma intanto tra un pensiero e una delusione il tempo se ne va. La vita scivola via, e questo non possiamo permetterlo a nessuno, perché “il tempo è nostro. Niente ci appartiene, solo il tempo è nostro.
La natura ci ha reso padroni di questo solo bene, fuggevole e labile…”. Spesso la Politica è percezione, ed io, in questo momento,sento questo forte impulso che condivido con voi. Sono consapevole dei rischi ma riflettiamo, dibattiamo e non dividiamoci.
La tentazione di fuggire rimarrà intatta fino all’ultimo secondo, intanto ascolteremo le ragioni di tutti, e poi lasceremo alla coscienza e alla ragione la decisione.
La tentazione di fuggire rimarrà intatta fino all’ultimo secondo, intanto ascolteremo le ragioni di tutti, e poi lasceremo alla coscienza e alla ragione la decisione.